Investimenti

    La grande crisi del 1929: come un crollo di Borsa diventò dieci anni di Depressione

    Il Dow Jones tocca 381 punti il 3 settembre 1929 e chiude a 41 l'8 luglio 1932: meno 89 per cento. La disoccupazione americana passa dal 3% al 25%, quasi novemila banche falliscono in tre anni, il commercio mondiale si contrae di due terzi. Ma il crollo di ottobre fu solo la scintilla: la Depressione nacque dopo, dalle corse agli sportelli, dalla deflazione da debiti, da una banca centrale che strinse invece di allentare e da un bilancio pubblico usato al contrario. E si propagò al mondo intero attraverso il gold standard, il rientro dei capitali americani e i dazi Smoot-Hawley. La ripresa arrivò, paese per paese, nell'ordine esatto in cui si abbandonò l'oro.

    Ascolta l'articoloVersione audio narrata

    Il 1929 non è la storia di un giorno di Borsa. È la storia di come un mercato azionario sopravvalutato abbia incontrato un sistema bancario fragile, una moneta legata all'oro e dei governi convinti che la cura fosse stringere la cinghia. Il crollo fu la scintilla. La Depressione fu l'incendio — e l'incendio durò dieci anni.

    Tre cifre bastano a inquadrare tutto il resto.

    • L'indice Dow Jones tocca 381 punti il 3 settembre 1929. L'8 luglio 1932 chiude a 41: meno 89 per cento.
    • La disoccupazione negli Stati Uniti passa da circa il 3 per cento del 1929 a circa il 25 per cento del 1933.
    • Tra il 1930 e il 1933 falliscono quasi novemila banche americane.

    Nessuna di queste tre cifre si spiega con l'ottobre 1929. Tutte e tre si spiegano con quello che venne dopo.

    Il terreno: perché gli anni Venti prepararono il 1929

    Gli anni Venti americani furono un decennio di crescita vera — automobile, elettricità, radio, catena di montaggio. Ma sopra quella crescita reale se ne costruì una finanziaria che le somigliava solo in apparenza.

    Il credito facile. Si comprava in Borsa a margine: bastava versare il dieci o il venti per cento del valore, il resto lo prestava l'intermediario. Finché i prezzi salivano, era una macchina per moltiplicare i guadagni. Quando iniziarono a scendere, la stessa macchina moltiplicò le perdite e impose vendite forzate a chi non riusciva a reintegrare il margine.

    L'agricoltura già in crisi. I prezzi agricoli erano depressi da anni: buona parte dell'America rurale entrò nel 1929 già indebolita, con redditi in calo e debiti contratti nel decennio precedente.

    Una capacità produttiva superiore alla domanda. Le fabbriche producevano più di quanto i salari reali permettessero di comprare, e il divario veniva colmato vendendo a rate — cioè aggiungendo debito privato a debito privato.

    Un sistema bancario polverizzato. Migliaia di piccole banche locali, senza assicurazione sui depositi e senza rete di protezione: ognuna un anello che poteva spezzarsi da solo, e trascinare con sé i risparmi di un'intera comunità.

    Vale la pena fermarsi su un punto che oggi diamo per scontato: nel 1929 non esisteva né l'assicurazione sui depositi, né l'idea che una banca centrale debba fare da prestatore di ultima istanza in una crisi. Erano strumenti che sarebbero nati dopo, proprio a causa di quello che accadde.

    I giorni: che cosa accadde davvero nell'ottobre 1929

    Giovedì 24 ottobre, il «giovedì nero». Ondata di vendite in apertura. Un gruppo di banchieri interviene comprando titoli guida per rassicurare il mercato: funziona per poche ore.

    Lunedì 28 ottobre. L'indice perde quasi il 13 per cento in una sola seduta.

    Martedì 29 ottobre, il «martedì nero». Altro meno 12 per cento, con volumi che i sistemi dell'epoca non riuscivano a processare: il nastro delle quotazioni arrivò con ore di ritardo, e chi vendeva non sapeva a quale prezzo stesse vendendo.

    Ma il passaggio che quasi sempre viene saltato è questo: il vero disastro non è l'ottobre 1929. Nel 1930 il mercato recuperò parzialmente, e per qualche mese sembrò che il peggio fosse alle spalle. La discesa che conta è quella lenta, tra il 1930 e il 1932, quando il crollo dei prezzi si trasferì dall'economia di carta a quella reale. Il 1929 fu un evento di Borsa; la Depressione fu un evento economico, e arrivò dopo.

    Perché un crollo di Borsa diventò una Depressione decennale

    Quattro meccanismi, in ordine di importanza.

    Primo: le corse agli sportelli

    Un correntista sente che la banca vicina ha chiuso, va a ritirare i suoi soldi, e così fanno tutti. Nessuna banca al mondo tiene in cassa i depositi dei suoi clienti: li ha prestati. La banca chiude, e con lei si azzerano i risparmi e il credito di un'intera comunità. Ripetuto novemila volte in tre anni, questo meccanismo non è un incidente: è la distruzione del sistema di pagamento di un paese.

    Secondo: la deflazione

    I prezzi americani calarono di circa un quarto tra il 1929 e il 1933. Sembra una buona notizia per chi compra: è una catastrofe per chi ha debiti. Il debito resta nominalmente uguale mentre il reddito con cui ripagarlo si riduce. È il debito-deflazione descritto da Irving Fisher: più si vende per ripagare, più i prezzi scendono, più il debito reale pesa. Una spirale che si alimenta esattamente con i comportamenti individualmente più prudenti.

    Terzo: una politica monetaria che strinse invece di allentare

    La Federal Reserve lasciò contrarre l'offerta di moneta di circa un terzo. Non era incompetenza casuale: era la dottrina dell'epoca, che vedeva nella crisi una purga necessaria degli eccessi. Chi allora sosteneva che bisognasse «lasciar fallire» stava applicando una teoria coerente — e sbagliata.

    Quarto: il bilancio pubblico usato al contrario

    Nel 1932 le tasse furono alzate per riportare in pareggio il bilancio, in piena recessione. L'idea che in una caduta della domanda lo Stato debba sostenerla, e non sottrarne altra, sarebbe stata argomentata da Keynes solo nel 1936.

    Il punto, letto insieme, è che la Depressione non fu un incidente naturale: fu il risultato di scelte fatte con gli strumenti concettuali sbagliati.

    Perché il resto del mondo cadde con l'America

    Tre canali di trasmissione spiegano come una crisi di Wall Street sia diventata una crisi mondiale.

    Il gold standard, il canale principale. Le principali monete erano convertibili in oro a parità fissa. Significava che un paese in difficoltà non poteva svalutare né stampare moneta per attenuare il colpo: doveva difendere il cambio alzando i tassi e comprimendo salari e spesa, cioè facendo esattamente la cosa che peggiorava la recessione. Il gold standard fu la cinghia che rese la deflazione americana obbligatoria anche per gli altri.

    Il capitale americano che torna a casa. Negli anni Venti l'Europa — la Germania di Weimar in particolare, tramite il Piano Dawes — si reggeva su prestiti americani a breve termine, che servivano anche a pagare le riparazioni di guerra. Quando le banche americane richiamarono quei capitali, l'Europa centrale rimase senza ossigeno. Nel maggio del 1931 fallisce la Creditanstalt di Vienna, la maggiore banca austriaca: il panico raggiunge la Germania in poche settimane.

    Il protezionismo. Nel giugno del 1930 gli Stati Uniti approvano la tariffa Smoot-Hawley, alzando i dazi su migliaia di prodotti. Gli altri paesi rispondono con ritorsioni e blocchi valutari. Il commercio mondiale, misurato in valore, si contrae di circa due terzi tra il 1929 e il 1934. Ogni paese cercò di esportare la disoccupazione al vicino, e il risultato fu che la subirono tutti.

    Gli effetti, paese per paese:

    Paese Che cosa accadde
    Germania circa sei milioni di disoccupati nel 1932, cancellazione di fatto delle riparazioni, crisi di legittimità di Weimar che apre la strada all'arrivo di Hitler al potere nel gennaio 1933
    Regno Unito il 21 settembre 1931 abbandona la convertibilità in oro: sconfitta simbolica enorme, ed è anche la ragione per cui esce dalla crisi prima di altri
    Francia resta ancorata all'oro fino al 1936: entra nella crisi più tardi, e ne esce più tardi ancora
    Materie prime (America Latina, Asia) crollo dei prezzi delle commodity, crollo delle entrate da esportazione, default sul debito estero

    Chi ne uscì, e in che ordine

    Il dato più istruttivo del periodo è anche il più semplice: la ripresa arrivò, paese per paese, nell'ordine in cui si abbandonò il gold standard. Prima si lasciava l'oro, prima si tornava a crescere. Regno Unito e Scandinavia nel 1931. Stati Uniti nel 1933, con Roosevelt. Francia nel 1936.

    Negli Stati Uniti il New Deal cambiò l'architettura più della congiuntura: assicurazione federale sui depositi, separazione tra banca commerciale e banca d'investimento, un'autorità di vigilanza sui mercati, un sistema di previdenza sociale. La piena occupazione, per onestà storica, tornò davvero solo con l'economia di guerra.

    La lezione, senza enfasi

    Il 1929 non ci ha insegnato che i mercati possono crollare: quello lo sapevamo. Ci ha insegnato tre cose che oggi diamo per scontate e che allora nessuno dava per tali.

    Che una banca centrale deve fornire liquidità quando tutti la ritirano. Che difendere un cambio fisso mentre la gente perde il lavoro è una scelta politica, non un vincolo naturale. Che chiudere le frontiere commerciali dentro una recessione fa perdere tutti, a partire da chi le chiude.

    Ogni volta che, in una crisi, qualcuno propone di stringere subito e di proteggere il mercato interno, sta riproponendo la ricetta del 1930. Sappiamo già come va a finire.

    Tutti gli articoliVai a MisterAle
    MisterAleGuidaAI